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Aenigma, foto e teatro per scomporre il Colosso

La mostra del fotografo Galimberti per conoscere meglio la statua del Germanico

AMELIA – Esiste un silenzio lungo secoli che solo la terra sa custodire. Il 3 agosto 1963, ad Amelia, quel silenzio si è spezzato. Dal buio del sottosuolo è riemerso un principe di bronzo mutilato e diviso: il Germanico. Oltre sessanta frammenti di un’identità dispersa, ferite aperte sulla pelle metallica di una statua che la storia aveva ridotto in pezzi. Quella scoperta non fu solo un ritrovamento, ma l’apparizione di un enigma. Un corpo spezzato che chiedeva di essere ascoltato, amato e ricomposto. La statua, restaurata e riassemblata grazie ad un lavoro decennale, è conservata al Museo Civico Archeologico di Amelia. Da un concept di Fabrizio Razza nasce così Aenigma, dialogo tra archeologia e arte contemporanea.
Lo sguardo di Maurizio Galimberti si posa su quelle antiche ferite con la delicatezza di una carezza e la forza di una rivelazione. Attraverso il suo celebre mosaico fotografico, l’artista compie un rito speculare e inverso: scompone per ritrovare l’anima. Non spezza la materia, ma la libera dalla sua prigione di bronzo e di tempo. Sotto il suo obiettivo, il volto austero del generale si frammenta in decine di sguardi, l’armatura vibra, il metallo sembra respirare. Ogni tassello fotografico diventa un battito di ciglia, un istante sottratto all’eternità.
Aenigma è il luogo in cui queste due scomposizioni si abbracciano. La frattura dolorosa della storia incontra la frammentazione poetica dell’arte contemporanea.
Questa immensa opera di 40 metri quadrati si dispiega nella platea del Teatro Sociale di Amelia, con i pannelli sospesi a un metro da terra, trasformando lo spazio teatrale in un altare della memoria. Dai tre ordini di palchi, il visitatore è chiamato a guardare dall’alto la bellezza che si ricompone e a seguire con lo sguardo la trama di questo scavo dell’anima. È un invito a perdersi nel mistero del non detto, a provare lo stesso brivido, lo stesso stupore di chi, nel 1963, vide riaffiorare quei pezzi di bronzo dalla polvere.
La fotografia di Galimberti non documenta, ma evoca. Non mostra il passato, lo rende presente. Davanti a questa costellazione di immagini, siamo noi visitatori a dover compiere l’ultimo gesto: unire i frammenti con il filo invisibile della nostra emozione, per ridare vita all’enigma.
Vernissage domenica 26 luglio 2026, h. 18:30 al Teatro Sociale di Amelia. La mostra rimarrà aperta fino al 13 settembre.

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